Concezioni di verità
Da Filosofico.
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In qualche modo l'essenza della verità è di essere corrispondenza, corrispondenza del pensiero ... con vari termini possibili, come cerco di sintetizzare qui di seguito: potremmo dire, parafrasando la celebre definizione tomista, che la verità può essere
- adaequatio intellectus ... ad rem (v. come corrispondenza, corrispondentismo)
- adaequatio intellectus ... ad intellectum (v. come coerenza, coerentismo)
- adaequatio intellectus ... ad aliorum intellectus (v. come consenso)
1. la verità come corrispondenza
Questa terminologia (coerentismo, corrispondentismo) è stata stabilizzata soprattutto nella riflessione degli analitici, che ha il difetto piuttosto consistente di neutralizzare la dimensione storica e personale del lavoro filosofico; il che ha portato a minimizzare l'importanza degli apporti classici e scolastici al tema, per concentrarsi su un dibattito che non affonda (seriamente) le proprie radici molto oltre i precedenti 80 anni.
Ma di verità come adaequatio intellectus ad rem aveva già parlato espressamente Tommaso d'Aquino, e riflessioni analoghe erano già state svolte da altri scolastici, come pure da Platone, Aristotele e altri filosofi antichi.
Concepire la verità come corrispondenza significa ritenere che il pensiero (/linguaggio) umano è vero allorché rispecchia fedelmente qualcosa di altro da sé, comunque questo altro sia concepito; è quindi corrispondente all'altro da sé.
All'interno di questo orizzonte corrispondentista si potrebbero distinguere varie posizioni:
- quella classico-scolastica di corrispondenza del pensiero alle cose [Aristotele, Tommaso]
- quella di certo empirismo logico del '900 (il 1° Wittgenstein, Russel, e altri) di corrispondenza del pensiero(/linguaggio) ai fatti (o agli “oggetti semplici”)
- quella blondeliana (/pragmatista) di corrispondenza del pensiero alla vita
- quella, tarskiana, di corrispondenza del linguaggio (/pensiero) a un non meglio precisato altro-da-sé
corrispondentismo e fondazionalismo
Si può da un lato vedere una naturale affinità del corrispondentismo con il fondazionalismo (vedi giustificazioni della verità), purché d'altro lato non si identifichi quest'ultimo con la pretesa di dedurre tutto il sapere da alcune verità fondamentali. Che ci siano alcune verità evidenti, autofondantesi, non significa che da queste si posso possa dedurre tutto il resto del sapere. Né significa che tali verità siano pienamente intelligibili.
2. la verità come coerenza
La verità può essere concepita come coerenza ...
- ... con l'evidenza soggettiva, nell'impossibilità di attingere immediatamente altro dal pensiero [Cartesio, Husserl]
- ... con il sistema delle proposizioni vere,
- visto come totalità del reale (non esiste altro dal pensiero) [Bradley in modo esplicito, implicitamente tutti gli idealisti;]
- che potrebbe non essere la totalità, ma è imparagonabile con l'altro dal pensiero [Kant, Neurath, Carnap dopo la svolta fisicalista, Davidson ?]
- di un certo assetto ideologico, imparagonabile con altro [Marx] In un certo senso in effetti anche il concetto marxiano di verità come ideologia rientra in un orizzonte coerentista, nel senso che esistono diversi sistemi di pensiero, riflesso di diversi interessi materiali, tra cui non è possibile un reale confonto, data l'impossibilità di attingere (disinteressatamente) a un dato, oggettivo e condiviso.
- ... con la stessa singola proposizione [teoria deflazionista]
3. la verità come consenso
Vi è poi questo terzo modo di concepire la verità, come consenso, ossia come corrispondenza ... al pensiero di altri soggetti:
- con il pensiero dell'intera comunità dei parlanti, raggiungendo un assetto almeno relativamente stabile [pragmatica universale o trascendentale: Habermas, Apel];
- con il pensiero di una porzione specifica della comunità dei parlanti, nella impossibilità di assestarsi definitivamente [l'ermeneutica con l'idea di circolo ermeneutico]
- con la coscienza non-concettualizzabile di singoli tu [Buber, Lévinas, in un certo senso Derrida]
appunti per una valutazione
quale corrispondenza
Obiezioni alla teoria corrispondentista possono venire da un modo rozzo e meccanico di intendere il rapporto tra pensiero e realtà: ad esempio l'obiezione riportata dalla Vassallo (2008, p.14) che lamenta la non-identità tra fatti e propsizioni:
possiamo sentire sulla nostra pelle il sole che brucia [il fatto, nota nostra], ma non possiamo sentire sulla nostra pelle la proposizione “il sole che brucia”
Questo tipo di obiezione non tiene conto che l'essere nel pensiero è presente intenzionalmente, e non ontologicamente, fisicamente. In questo senso riteniamo non si possa calibrare adeguatamente il senso della corrispondenza, se non si calibra correttamente il senso della intenzionalità.
coerenza sì, ma ...
Certo se si intendesse la corrispondenza come “perfetta” adaequatio, ovvero se si pensasse che da alcune verità, perfettamente chiare, si possa dedurre l'intero edificio del sapere, sarebbe corretto contestare il corrispondentismo.
Come non si può negare che una parte di verità stia anche nel presupposto, coerentista, secondo cui non non andiamo al dato senza qualche forma di a-priori, e che l'acquisizione di nuove conoscenze è condizionata dall'insieme delle conoscenze già ritenute valide.
Ma rimane che il riferimento ad altro dal pensiero (comunque questo altro sia poi concepito) è ineliminabile. Ricordiamo le parole di Schlick:
Chi prenda sul serio la coerenza come unico crilerio della verità, deve considerare una favola inventata arbitrariamente altrettanto vera di un resoconto storico o delle leggi di un trattato di chimica, alla sola condizione che le favole siano cosí ben escogitate che non vi compaia mai una contraddizione. Posso descrivere un mondo grottescamente favoloso con l'aiuto della fantasia, e il filosofo della coerenza deve credere alla verità della mia descrizione, posto unicamente che io mi preoccupi della reciproca compatibilità delle mie asserzioni e, per precauzione, eviti inoltre ogni collisione con la consueta immagine del mondo, collocando la scena del racconto su di un astro remoto, dove non sia possibile compiere alcuna osservazione. Anzi, a rigore, non avrei bisogno di una tale precauzione, potendo benissimo esigere che gli altri si debbano adattare alla mia descrizione, e non viceversa. Infatti, gli altri non potrebbero obiettare che questo procedimento contrasti con le osservazioni, in quanto secondo la teoria della coerenza non si dà problema alcuno di 'osservazione', bensì solo della mutua compatibilità degli asserti.
Schlick - “Über das Fundament der Erkenntnis”, Erkenntnis, IV, 1934
Del resto per lo stesso Quine, che sostiene una concezione prevalentemente coerentista di verità, l'insieme del sapere umano è paragonabile a una rete, o ragnatela, in cui ogni filo è connesso con l'altro, di modo che la modifica apportata ad uno non può che riverberersi su tutti gli altri; ma la rete non sta in piedi da sé stesso, ai suoi bordi essa è sospesa ad altro da sé, cioè l'esperienza che ci mette in contatto con il mondo, che è in ultima analisi il giudice della verità del nostro sapere (Vassallo 2008, p.17).
consenso, solo un mezzo
Anche la tematizzazione dell'intersoggettività e del consenso come ingrediente della verità deve esser da un lato valutata per la parte di positività che contiene, senza peraltro dimenticare che esiste una competenza personale al vero, senza ammettere della quale si potrebbero legittimare le peggiori tirannidi (cfr. 1984 di Orwell).
